Junk marketing.


Ok. Il marketing e la comunicazione lavorano da sempre per portare i consumatori a voler “consumare” il prodotto/servizio che si propone. Valorizzare il proprio  prodotto è fondamentale per renderlo “acquistabile”.

Ritengo però che ci sia un limite che spesso viene superato dai brand senza troppi scrupoli. Accostamenti di messaggi agli antipodi per dare valore, al prodotto o servizio. Credo che ognuno di noi abbia almeno un esempio in testa. Io ragiono su quello più recente.

Il vecchio Mc Donald’s, dopo il Mc Italy si è inventanto una partnership con Gualtiero Marchesi. Avrete visto tutti la pubblicità dei due panini ideati dal grande chef italiano. Io ho fatto di più, li ho anche provati.

Onestamente il Big Mac non lo batte nessuno. Questo accostamento tra Slow Food e Fast Food che Mc Donald’s rincorre da tempo è davvero troppo forzato. Ed i prodotti non sono all’ altezza. Se ne sono accorti ovviamente tutti quelli che trattano il cibo di qualità, in primis Slow Food che ha risposto a tono con l’adv che ho messo all’inizio del post. Qui viene spiegato, brevemente, ma in modo chiaro come basti cambiare una parola per dare o togliere senso ad un messaggio o ad un progetto. E’ una tecnica nota alla comunicazione, il peso delle parole è fondamentale e Slow Food giustamente difende il concetto che da anni promuove. “Slow non è uno slogan che è sufficiente attaccare in vetrina”.

E nemmeno mettere Marchesi a fare i panini al “Mac” di piazza Duomo, fa del fast food un presidio della qualità italiana.

Potevano mettergli anche il cappellino e la camicia. No? Il gioco era fatto. Ed anche Marchesi.

Mi sfugge proprio il vantaggio che uno chef, primo in tutto in Italia, possa avere dall’abbinamento con un fast food.

Cito da dissapore.com :” Gualtiero Marchesi ERA il cuoco che ha creato l’alta cucina italiana, ERA il cuoco che per primo ha avuto le 3 stelle Michelin e per primo in Italia le ha restituite sdegnato, ERA il cuoco che ha creato un ‘topos’ gastronomico con il raviolo aperto o con il risotto con foglia d’oro. Oggi è solo un avanzo di Nouvelle Cuisine invecchiato male.

Ora, non è che gli chef non possano proporre panini. C’è qualcuno che lo fa, mantenendo la propria identità. Mettendo il proprio stile e la propria conoscienza nel piatto che propone, senza stravolgere quanto fatto fino a quel punto.

Questo è un panino che, all’ apparenza è molto simile al Vivace. Ma la differenza è dentro.

L’ hamburger di Andrea Berton del ristorante Trussardi alla Scala. E’ un suo prodotto, di certo più “accessibile” rispetto al altri piatti ricercati che propone, ma in ogni caso è di qualità sia per la ricerca delle materie prime e sia per la lavorazione. E lo mangi solo li. Non da Burger King. Se volete vedere la lavorazione e la preparazione trovate qui ricetta e foto.

Il concetto è simile. Sono due chef di livello che hanno proposto un prodotto di fascia bassa, un panino. Il primo però ha deciso di farlo lasciando usare ciò che ha di più prezioso, il suo nome (il suo brand) al fast food noto non esattamente per la qualità del cibo che propone. L’ altro ha scelto di occuparsene in prima persona senza stravolgere la sua identità, quindi quella del suo brand.

Secondo me ha vinto Berton. Su tutta la linea. Io sono per la coerenza di un brand, non per la svendita incondizionata al miglior offerente solo per un pò di visibilità di massa.

Questa operazione mi sembra molto a favore di Mc Donald’s e molto a sfavore di Marchesi perchè il target dello chef dubito che apprezzi la creazione, ed onestamente non fa molto onore. Per Mc, beh, è un prodotto nuovo e pure griffato, partnership a senso unico riuscita.

Sia ben chiaro, io adoro gli abbinamenti, nell’ automotive sono molti come la 500 by Gucci, la Lancia Y Momo design ecc.

Ma il Big Mac by Marchesi, no. Non mi piace proprio.

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